Imparare a vedere l’acqua in cui nuotiamo

Il ticchettio dell’orologio sulla parete della cucina non era un suono. Era un battito cardiaco metallico, il metronomo di una vita che Marco non sentiva più di abitare.

Guardò la tazzina di caffè. Era la stessa da dodici anni: una scheggiatura sul bordo, il manico leggermente troppo piccolo. L’impostazione di default. Marco si rese conto che non aveva mai scelto quella tazzina; gli era stata regalata da una zia e lui l’aveva semplicemente accettata, così come aveva accettato il lavoro in banca, il tragitto in tangenziale e l’abitudine di sbuffare ogni volta che il semaforo di via Mazzini diventava rosso.

Quella mattina, però, le parole del vecchio pesce di David Foster Wallace gli ronzavano in testa come un insetto molesto. «Cos’è l’acqua?».

Uscì di casa. Il traffico delle 8:15 era il suo oceano. Un ammasso di lamiere, gas di scarico e volti contratti dietro i parabrezza. Di solito, la sua “impostazione di fabbrica” lo portava a pensare che tutti quegli automobilisti fossero ostacoli personali, idioti messi lì apposta per farlo tardare. Sentiva la rabbia montare, una reazione impulsiva vecchia di decenni.

«Questa è l’acqua», sussurrò tra sé.

Guardò l’uomo nel SUV accanto. Aveva il volto stanco, le dita che tamburellavano nervose sul volante. Forse stava andando in ospedale. Forse aveva appena perso il lavoro. O forse era solo un uomo stanco, esattamente come lui. In quel momento, Marco capì: la sua libertà non stava nel superarlo a destra, ma nel decidere di non odiarlo.

Il vero campo di battaglia, però, lo attendeva alle 18:30: la coda alla cassa del supermercato.

Davanti a lui, una donna anziana frugava nella borsa cercando i centesimi, mentre il nastro trasportatore era bloccato da una confezione di latte che perdeva. In un altro giorno, Marco avrebbe alzato gli occhi al cielo, avrebbe controllato l’orologio con ostentazione, alimentando quel senso di vittimismo che chiamava “stress”.

Ma quella non era una condanna. Era un esercizio.

Prese il taccuino che aveva iniziato a usare per gli esercizi di scrittura. Non serviva un eremo in India; serviva una biro tra le corsie dei surgelati. Scrisse una sola riga: “Oggi ho visto l’acqua: era la mia impazienza e ho scelto di lasciarla scorrere”.

Mentre tornava a casa, si rese conto della trappola del Capodanno. Quante volte si era detto: «Il 2026 sarà l’anno della svolta»? Aveva sempre aspettato la mezzanotte come se fosse un incantesimo, per poi risvegliarsi il 2 gennaio sommerso dalle solite vecchie abitudini, come una Cenerentola senza scarpetta e con molto mal di testa.

La vera rivoluzione non sarebbe arrivata con i fuochi d’artificio. La vera rivoluzione stava iniziando lì, in quel grigio martedì di fine anno, nel modo in cui guardava la sua vecchia tazzina sbeccata. Non era fuggendo dalla routine che sarebbe diventato libero, ma imparando a nuotare consapevolmente nel mare delle sue convinzioni quotidiane.

Guardò fuori dal finestrino. Non era più solo un pesce che nuotava. Era un pesce che finalmente sapeva di essere nell’acqua. E l’acqua, per la prima volta, sembrava limpida.

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