Quando Marco iniziò il gioco, si accorse quasi subito che non c’era una sola strada da seguire. Davanti a lui si aprivano sentieri diversi: poteva entrare nel villaggio, attraversare il bosco, seguire il fiume oppure salire verso le montagne. Ogni percorso nascondeva piccoli avversari, personaggi da aiutare, oggetti da trovare e capacità da imparare.
All’inizio Marco scelse la montagna.
Dopo meno di un’ora di gioco arrivò davanti all’ingresso di una caverna. Non c’erano cartelli che gli dicessero di tornare indietro, così entrò.
Il mostro che trovò all’interno era enorme.
Marco lo attaccò con la piccola spada che possedeva in quel momento e venne sconfitto quasi immediatamente. Provò una seconda volta, poi una terza, convincendosi che, se il gioco gli permetteva di arrivare fin lì, allora doveva necessariamente esistere un modo per vincere.
Ma non sempre il fatto che un problema sia comparso davanti a noi significa che dobbiamo risolverlo subito.
La vita, del resto, non funziona come quei videogiochi nei quali ogni difficoltà arriva esattamente quando siamo pronti ad affrontarla. A volte il mostro di fine livello compare all’inizio. Può essere una situazione professionale troppo grande per l’esperienza che abbiamo, una relazione che non sappiamo ancora gestire, una responsabilità arrivata troppo presto o semplicemente qualcosa che, in quel momento, supera le nostre capacità.
Marco continuò a combattere ancora per un po’, finché comprese che stava soltanto ripetendo la stessa sconfitta. Uscì dalla caverna.
Non aveva rinunciato al mostro. Aveva rinunciato all’idea di doverlo sconfiggere proprio in quel momento.
Scese verso il villaggio e imboccò un’altra strada.
Lì incontrò avversari molto meno impressionanti, ma ognuno gli insegnò qualcosa. Uno era velocissimo e lo costrinse a imparare a schivare; un altro aveva uno scudo e gli insegnò ad aspettare invece di attaccare continuamente. Aiutando un vecchio mercante ottenne una nuova armatura. In una missione che inizialmente gli era sembrata quasi inutile imparò a preparare pozioni. Più avanti incontrò un maestro che gli insegnò una tecnica che permetteva di deviare alcuni colpi invece di subirli.
Nessuna di quelle esperienze aveva apparentemente a che fare con il mostro della caverna.
Eppure tutte lo stavano preparando.
Succede spesso anche nella vita. Immaginiamo che per risolvere un problema dobbiamo continuare ad affrontarlo direttamente, mentre a volte la crescita necessaria avviene altrove. Un lavoro diverso può insegnarci a prendere decisioni. Una persona può insegnarci a comunicare. Un fallimento può mostrarci un nostro limite. Un problema molto più piccolo può allenare esattamente la capacità che, anni dopo, ci servirà davanti a qualcosa di enormemente più grande.
La vita non è una strada con livelli numerati. È più simile a una mappa piena di percorsi paralleli.
Per questo anche la frase “La vita non ti dà mai problemi più grandi di quelli che tu non possa affrontare” non deve essere presa come se significasse che possediamo già, oggi, tutte le risorse necessarie per superare qualsiasi cosa ci accada.
È una frase motivazionale, e forse il suo significato più utile è un altro: davanti a un problema che oggi sembra troppo grande possiamo ancora muoverci, imparare, chiedere aiuto, fare esperienza, sviluppare nuove capacità e procurarci strumenti che ancora non abbiamo. Non siamo obbligati a rimanere la persona che eravamo quando quel problema è comparso.
Marco continuò a esplorare.
Ogni tanto tornava alla caverna e provava di nuovo. Le prime volte perdeva ancora, ma qualcosa cambiava. Riusciva a resistere più a lungo, riconosceva alcuni attacchi, vedeva possibilità che prima non aveva nemmeno notato.
Poi tornava sulla sua strada.
Finché, molto tempo dopo, rientrò nella caverna quasi per caso.
Il mostro era ancora lì, identico alla prima volta.
Questa volta Marco non corse immediatamente verso di lui. Aspettò. Schivò il primo attacco, deviò il secondo, utilizzò una pozione nel momento giusto e colpì soltanto quando vide un’apertura.
Dopo una lunga battaglia, il mostro cadde.
Marco rimase qualche secondo davanti allo schermo, ricordando la prima volta in cui era entrato in quella stanza. In quel momento aveva creduto che esistessero soltanto due possibilità: sconfiggere il mostro oppure essere sconfitto.
Adesso capiva che ce n’era sempre stata una terza.
Continuare a vivere, percorrere altre strade e crescere abbastanza da poter tornare.
È anche per questo che non serve fare il passo più lungo della gamba o cercare continuamente il drago più grande. Conviene affrontare, quando possiamo scegliere, difficoltà abbastanza grandi da farci crescere senza schiacciarci.
E quando invece è la vita a metterci davanti un drago molto più grande della nostra spada, non significa necessariamente che dobbiamo abbatterlo oggi.
Possiamo ricordarci dove si trova.
E andare a costruire una spada più grande.
