La mattina aveva un silenzio particolare. Non era un silenzio totale, perché da qualche parte un tubo faceva un rumore sottile e il frigorifero respirava a intervalli regolari. Ma era quel tipo di silenzio che ti fa sentire il peso del corpo più del solito. Io ero sotto le coperte, e il telefono era a portata di mano. Non dovevo nemmeno muovermi tanto per prenderlo.
Prima ancora di pensare davvero, nella testa è arrivata una frase. È arrivata con la naturalezza con cui arriva la sete.
“Alzarmi? Non adesso.”
Non sembrava una scusa. Sembrava una constatazione. Quasi una cosa ragionevole. E proprio per questo era pericolosa.
La mia mano ha cercato il telefono. Non ho deciso di farlo. L’ha fatto e basta. Ho sbloccato lo schermo e quella luce fredda mi ha preso in faccia. Ho iniziato a scorrere. Un video, poi un altro. Una faccia che parla troppo veloce. Una battuta. Una notizia. Un cane che fa qualcosa di buffo. Una pubblicità che finge di essere una notizia. Un’altra faccia.
Scorrere è una forma di galleggiamento. Ti tiene in superficie senza farti nuotare. E per qualche minuto sembra anche una buona idea, perché non richiede niente. Nessuna scelta, nessun impegno, nessuna direzione. Solo il dito che va su e giù come una piccola macchina.
Intanto il mio corpo restava immobile, pesante, nel letto. Il soffitto era lì. Io ero lì. E la giornata, fuori dallo schermo, diventava una cosa grande, come una valigia troppo piena.
A un certo punto mi sono ritrovato a guardare un video che non mi interessava nemmeno. L’ho guardato senza guardarlo. E in quel momento mi sono accorto di quello che stavo facendo.
Non ho provato rabbia. Ho provato una specie di chiarezza tranquilla.
Sto scappando, mi sono detto.
In quel momento mi è tornata in mente una regola semplice. Una regola che non pretendeva niente di grande. Diceva: non devi fare tutto. Devi fare solo il prossimo passo. Quello che richiede venti secondi. Uno dopo l’altro.
Mi sono parlato, piano, come si parla a qualcuno che sta per riaddormentarsi.
“Stacca lo sguardo dallo schermo.”
Ho guardato il soffitto. Il soffitto non aveva niente da offrirmi, e questo era rassicurante.
“Fai un respiro lungo.”
L’ho fatto. L’aria è entrata e uscita come se avesse un peso.
“Solleva la schiena e siediti sul letto.”
Mi sono seduto. Il corpo ha cambiato posizione, e quella piccola differenza ha cambiato anche la mia testa. Ho spostato il telefono sul comodino, un po’ più lontano del solito. Non per punirmi. Solo per mettere una piccola distanza tra me e quel gesto automatico. Come quando sposti un bicchiere vicino al bordo del tavolo perché temi che possa cadere.
“Metti i piedi a terra.”
Il pavimento era freddo. Quel freddo mi è sembrato reale, e quindi utile.
“Infila le ciabatte.”
Una, poi l’altra.
“Vai in bagno.”
Ho camminato fino al bagno. Due passi, poi altri due. La casa era ancora addormentata. In bagno ho aperto l’acqua e mi sono bagnato il viso. L’acqua fredda mi ha tolto una parte della nebbia. Mi sono asciugato e mi sono guardato allo specchio.
Mi sono concesso venti secondi diversi. Venti secondi per immaginare una scena.
Non tra un mese, non tra un anno. Stasera.
Ho chiuso gli occhi e mi sono visto rientrare. Ho visto le chiavi sul tavolo, la giacca appesa al suo posto. Un dettaglio semplice. E ho sentito una frase breve, come un pensiero che non fa rumore: Oggi ho fatto la mia parte.
Quando ho riaperto gli occhi, non mi sentivo trasformato. Però la giornata non sembrava più una valigia impossibile. Sembrava una cosa che potevi aprire e riempire un po’ alla volta.
Mi sono raddrizzato. Ho fatto un respiro lungo. Ho alzato lo sguardo. E quando la mente ha provato a ripetere “Alzarmi? Non adesso”, ho detto la mia frase, quella che non discute.
“Solo il prossimo.”
Il prossimo era uscire. “Preparati per uscire” era una frase troppo grande, quindi l’ho spezzata. Ho impostato un timer: cinque minuti. Cinque minuti per arrivare alla porta pronto. Non per diventare migliore. Solo per essere pronto.
Maglia. Pantaloni. Un altro colpo d’acqua sul viso. Chiavi. Portafoglio. Telefono. Scarpe. Giacca.
Quando il timer ha suonato, ero davanti alla porta. La mano sulla maniglia. Non mi sentivo un eroe. Mi sentivo semplicemente uno che si è mosso.
Ho pensato una cosa semplice.
Non ho fatto tutto. Ho fatto solo il prossimo.
E ho aperto la porta.
