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La rimpatriata che trasforma il confronto in serenità

Quando Guido ricevette l’invito per la rimpatriata dei cinquant’anni dalla laurea, lo lasciò per tre giorni sul tavolo della cucina, accanto al portapane, come se fosse una lettera di un tribunale che non voleva aprire. La carta aveva quel bianco arrogante delle cose importanti e il logo dell’università, ancora lì, a ricordargli un tempo in cui era stato convinto che la vita fosse una scala: chi saliva diventava qualcuno, chi restava indietro diventava una nota a piè di pagina. Alla fine lo aprì senza cerimonie, con lo stesso gesto con cui si spacca un guscio per vedere se dentro c’è il vuoto. Lesse, sorrise a metà e pensò: io che ci vado a fare?

Ci andò comunque, per una specie di fedeltà al ragazzo che era stato, quello che aveva attraversato corridoi lucidi e biblioteche silenziose credendo che, se avesse studiato abbastanza, il mondo avrebbe assunto una forma chiara e meritocratica. La sala dell’hotel aveva luci calde e sedie eleganti, e un brusio che sembrava un fiume: nomi, titoli, incarichi, storie raccontate come trofei. Guido riconobbe volti che il tempo aveva reso più rotondi o più scavati, ma gli occhi, quelli, erano rimasti uguali: lo sguardo rapido di chi misura, confronta, decide in un istante dove mettere la propria attenzione. “E tu? Che fai adesso?” gli chiese una donna con una collana vistosa, dopo un abbraccio un po’ teatrale. Guido esitò un secondo di troppo. “Ho uno studio… in provincia. Mi occupo di pratiche civili, successioni, cose normali.” La parola “normali” gli uscì come una giustificazione.

Si accorse, presto, che i gruppetti si formavano per gravità professionale: giudici con giudici, manager con manager, quelli che avevano scritto libri con quelli che avevano scritto altri libri. Lui rimaneva in una zona periferica della festa, come una panchina in un parco: utile, ma non fotografata. A un certo punto, dopo aver ascoltato per dieci minuti la storia di una causa “storica” e di un’intervista in TV, sentì una stanchezza antica salire dalle spalle. Uscì sulla terrazza. L’aria era fresca e la città sotto brillava di finestre, come tante vite che non chiedevano permesso per esistere.

Sulla terrazza c’era un uomo più anziano, seduto con un bicchiere d’acqua, lo sguardo perso. Guido lo riconobbe: era Michele, quello che a lezione faceva domande semplici ma centrate, e poi spariva sempre prima dell’aperitivo. “Anche tu in fuga?” disse Michele, senza voltarsi. Guido annuì. “Mi sento… invisibile.” Michele rise piano. “Io mi sento libero. È diverso, ma ci assomiglia.”

Rimasero un po’ in silenzio, finché Guido, come se parlasse a un medico, lasciò uscire la diagnosi che lo tormentava: “Loro hanno costruito cose grandi. Io ho fatto… quello che capitava. Ho seguito strade piccole. Non ho lasciato traccia.” Michele lo guardò finalmente, con una calma che non era indifferenza ma esperienza. “Traccia per chi? Per loro? Per l’università? Per la foto di gruppo?” Poi fece un gesto vago verso la sala. “Quella è una misura comoda perché è comune. Ma non è la tua.”

Guido stava per ribattere, quando il telefono gli vibrò in tasca. Un messaggio di sua figlia: Papà, puoi chiamarmi? È per la nonna. È agitata. Il cuore gli scattò come un elastico. Senza pensarci, chiamò. Dall’altra parte, la voce di sua madre era tremante, confusa; parlava di una bolletta, di un documento perso, del timore di “fare danni”. Guido ascoltò, la guidò con pazienza, le chiese di respirare, le fece ripetere i passaggi come si fa con un bambino che deve attraversare la strada. In pochi minuti la voce si rassestò, la paura si sciolse in un sospiro. “Meno male che ci sei tu,” disse lei, con una gratitudine semplice, quasi vergognosa.

Quando chiuse la chiamata, si accorse che Michele lo osservava con un mezzo sorriso. “Ecco,” disse. “Quella è una traccia. Non finisce su LinkedIn, ma tiene insieme il mondo di qualcuno.” Guido sentì un caldo inatteso dietro gli occhi. Gli venne in mente la lista invisibile delle cose che aveva fatto in cinquant’anni: clienti che aveva aiutato a non perdere una casa, litigi familiari trasformati in accordi, ore passate a spiegare con calma ciò che per altri era solo burocrazia. E poi i pranzi domenicali, le notti in ospedale, le scelte ripetute ogni giorno di essere presente, anche quando nessuno applaude la presenza.

Rientrò nella sala con un passo diverso. Non perché improvvisamente gli altri fossero meno brillanti, ma perché la loro luce non era più il metro del suo valore. Quando qualcuno gli chiese ancora “E tu, che hai fatto?”, Guido rispose con sincerità, senza l’ombra della difesa: “Ho lavorato bene dove ero. Ho fatto del mio meglio. Ho tenuto insieme cose.” E scoprì che dirlo non era una resa, ma una forma di riconciliazione: smettere di abitare la vita che avrebbe potuto essere e scegliere, finalmente, quella che era stata davvero.

Più tardi, salutando Michele, Guido si sorprese a pensare che l’accettazione non aveva il sapore dell’acqua tiepida, come temeva, ma quello di un respiro pieno. Non cancellava le possibilità perdute, semplicemente le rimetteva al loro posto: nel passato, dove non possono più comandare. Il futuro, anche piccolo, restava aperto. E in quel varco, per la prima volta da anni, Guido non vide un giudizio, ma una possibilità: essere se stesso, senza confronti, e fare ancora, da domani, qualcosa di buono con quello che era.

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