Chiara aprì gli occhi, la stanza era ancora buia, ma la mano trovò il telefono con una precisione inquietante. Non “decise” di prenderlo: lo prese. Il pollice scivolò sullo schermo e, cominciò a scrollare notifiche, titoli, foto, cuoricini, likes e faccine. Chiara non stava leggendo: stava reagendo. E ogni reazione le lasciava addosso una piccola scarica, breve, dolce, irresistibile. Una goccia di piacere facile.
Quando posò il telefono sul comodino non pensò “ho perso tempo”. Il tempo era passato. Era qualcos’altro: come se, in quei minuti, la sua attenzione si fosse spostata fuori da lei. Il corpo era ancora nel letto, ma la testa era già in giro tra vite altrui, immagini da confrontare, notizie da digerire. E quella partenza, così rapida e brillante, aveva un prezzo invisibile: gli scaricava la “batteria del piacere” e rendeva tutto il resto più opaco.
In cucina il caffè saliva nella moka con il suo borbottio familiare, eppure Chiara si accorse che il profumo non le dava più quel piacere come faceva una volta. Una volta le piaceva leggere una o due pagine di un libro mentre beveva il caffè, ma aveva smesso. Forse perché il libro non ti premia ogni tre secondi. Anche le conversazioni impegnate che aveva una volta col suo amico Luigi quando era in macchina andando in ufficio non ci sono più. Forse perché una conversazione profonda non ha likes. Un pensiero lungo, lento, utile… richiede spazio e impegno. E dopo aver allenato il cervello al “subito”, tutto il resto sembra troppo.
La mano tornò al telefono, non per desiderio ma per abitudine. Due video, un altro ancora. Piccoli colpi: curiosità, confronto, irritazione. Era come mangiare “fast food mentali”: saporiti ma per niente salutari. Arrivò in ufficio e si sedette. Aprì le mail e provò a concentrarsi, ma bastò una pausa di mezzo secondo perché la mente cercasse ancora un premio rapido. Una notifica, una chat, qualcosa da controllare. L’attenzione non era più un raggio: era una luce che tremava.
Alla macchinetta del caffè Marco era già lì. La guardò con la smorfia giusta: “hai visto anche tu”. E il copione partì. Lamentele, pettegolezzi travestiti da commenti, drammi piccoli ma rumorosi. Parlare sembrava liberatorio, ma era solo facile. Era il tipo di conversazione che ti tiene acceso senza nutrirti, che ti fa sentire “dentro” senza portarti da nessuna parte. Chiara partecipò, rise, aggiunse un dettaglio. Poi tornò alla scrivania e sentì quella sensazione strana: come se avesse riempito la bocca di parole e lo stomaco fosse rimasto vuoto.
La sera, a casa, il telefono tornò a chiamarla: un video, una polemica, una notizia. Chiara scorreva e si sentiva attiva, coinvolta, piena di cose. Ma era una pienezza strana, fatta di frammenti. Poi, davanti allo specchio, vide una faccia normale e occhi diversi. Non tristezza, non paura. Solo dispersione. Come se qualcuno avesse preso la sua attenzione e l’avesse sparpagliata.
Chiuse l’acqua e rimase ferma con lo spazzolino in mano. Aveva capito una cosa semplice: non era “mancanza di forza di volontà”. Era allenamento al piacere immediato. Aveva allenato il cervello a cercare stimoli facili e veloci, e ora le cose buone, quelle che chiedono pazienza e presenza, sembravano faticose senza motivo.
Chiara appoggiò il telefono sul comodino e lo guardò come si guarda un oggetto che si conosce troppo bene. Non doveva distruggerlo. Doveva smettere di farci partire la giornata. Mise il telefono in corridoio lontano dal letto e dalla cucina. Un’ora prima di dormire e la prima ora appena sveglia sarebbe stata senza telefono. Non era una rivoluzione. Era un gesto piccolo per riprendersi una cosa enorme: la possibilità di tornare a sentire gusto per ciò che conta.
