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L’umiltà di chiedere consigli e farne tesoro

Luca stava lavorando alla scatola di un nuovo prodotto che l’azienda doveva lanciare a breve. Non era un semplice contenitore: era il primo impatto, la prima impressione, la promessa silenziosa che il prodotto faceva ancora prima di essere aperto. Doveva comunicare valore, cura, identità. Doveva dire “fidati” senza parlare. Sul monitor aveva davanti l’anteprima digitale della confezione, pulita e brillante, quasi già pronta per la stampa. Eppure, più la guardava, più sentiva di star perdendo lucidità.

Da giorni viveva dentro quel file. Apriva, modificava, salvava, riguardava. Spostava una scritta di pochi millimetri, cambiava un colore, ritoccava un’ombra. Ogni piccola scelta gli dava un attimo di soddisfazione e subito dopo lo stesso dubbio: “È davvero forte… o mi ci sto solo abituando?” Quando lavori troppo a lungo su una cosa, smetti di vederla per quello che è. La guardi con l’affetto, con la fatica, con l’orgoglio. E a un certo punto non migliori più: giri in tondo.

Quella mattina Luca fece una scelta diversa dal solito. Invece di restare lì a “stringere i denti” e correggere ancora, decise di uscire dal suo loop e chiedere un parere vero. Stampò un prototipo, lo infilò nello zaino e andò alla Rilegatoria Spazi Noti: una bottega storica che lavorava per grandi aziende e aveva firmato anche confezioni e lavori speciali per il cinema. Non cercava approvazione né complimenti. Cercava qualcosa di più raro: una verità utile, anche se scomoda.

Appoggiò la scatola sul banco con un sorriso educato. “Mi dite cosa ne pensate?”
Uno la prese in mano e la osservò appena. “Non mi piace.”
Un altro fece una smorfia, diretto come una lama. “A me fa un po’ schifo.”

Luca sentì una fitta nello stomaco. L’istinto era quello di difendersi, spiegare, giustificare ogni scelta. Ma restò zitto un secondo, inspirò, e invece di alzare un muro fece una domanda.

“Ok… mi dite perché?”

In quel momento il “fa schifo” smise di essere un colpo e diventò una porta aperta. “È troppo piena,” disse il primo, indicando il fronte. “Non respira. Il logo si perde.” La ragazza con le dita macchiate d’inchiostro aggiunse: “I colori urlano. Sembra che la scatola stia cercando di convincerti che è figa.” Un uomo più anziano annuì lento: “Le cose davvero forti non implorano attenzione. Parlano chiaro.”

Luca prese appunti come se stesse raccogliendo oro. Capì che non gli stavano demolendo il lavoro: gli stavano mostrando ciò che lui non riusciva più a vedere. Uscì da lì con una sensazione strana addosso: un po’ di umiliazione, sì… ma anche gratitudine.

Quella sera aprì il file e cancellò tutto. Tutto davvero. E nel vuoto bianco, invece di paura, sentì sollievo. Ricominciò scegliendo una sola direzione: meno rumore, più identità. Tagliò il superfluo, diede spazio al nome, calmò i colori, rese la grafica più sicura di sé.

Due giorni dopo tornò in rilegatoria. Stesso banco, stesso odore. Appoggiò il nuovo prototipo senza parlare. Quello che aveva detto “fa schifo” lo guardò a lungo, poi accennò un sorriso.

“Ecco. Adesso sì.”

Luca trattenne una risata leggera, quasi incredula. E capì una cosa semplice: l’umiltà non è abbassarsi. È crescere abbastanza da poter dire “aiutatemi a vedere meglio”… e avere il coraggio di farne tesoro.

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